Come scrivere senza luoghi comuni

Si stava meglio quando si stava peggio/ L’erba del vicino è sempre più verde/ Non ci sono più le mezze stagioni/ Venezia è bella ma non ci vivrei/ Gli opposti si attraggono/ Nella splendida cornice di…

Inserire queste frasi in un testo significa annoiare.
Scrivere il già sentito, il già noto, il già letto.
Raccontare in modo banale, prevedibile, non aggiungere nulla a chi legge, anzi.
Scrivere senza carattere, senza brio, senza coinvolgimento.
Il lettore si annoia, ovvio, e cosa fa? Abbandona il tuo sito, il tuo blog, la tua newsletter.

Cosa sono i luoghi comuni?

Umberto Eco li definiva “Minestra riscaldata”.
Il “luogo comune” rappresenta “ciò che tutti dicono e tutti pensano, per torpore mentale o deficienza linguistica”.

Più luoghi comuni usiamo, meno ci sforziamo, meno emozioniamo.
Questo fanno i cliché: uccidono i sentimenti, le idee, il pensiero.
Dietro alle parole che digitiamo deve esserci un pensiero, una ricerca, uno sforzo, amore per la scrittura, rispetto per il lettore.
Bandite le frasi fatte, le scorciatoie.
Le parole vanno ricercate e usate con pazienza, vanno scovate le espressioni migliori, le più incisive e significanti. Si tratta di amore per il linguaggio.

Come ribellarsi ai luoghi comuni

Come liberarsi delle espressioni plastificate?
Come disintossicarsi dai luoghi comuni?
Come eliminare le formule preconfezionate?

Massimo Roscia, autore di numerosi libri dedicati alla lingua italiana, tra cui Peste e Corna – dove l’autore tenta di far fuori la dipendenza dai luoghi comuni – ci consiglia di prenderci “un po’ più cura della nostra lingua che, troppo spesso, usiamo in maniera pigra, frettolosa, negligente, superficiale, inconsapevole e passiva”.

Come?
“Basterebbe chiederci, ogni tanto, da dove nascono i luoghi comuni – spiega – le frasi fatte, gli enunciati preconfezionati, gli automatismi del linguaggio e tutte quelle combinazioni fisse di parole che, sedimentate, ibernate, consolidate nel tempo ma logorate dall’uso, adoperiamo meccanicamente e acriticamente”.

Non solo cosa diciamo quindi, ma anche come e perché.
“Basterebbe – continua – interrogarci non solo su ciò che di solito diciamo, ma anche su come e perché lo diciamo. Basterebbe tenersi alla larga da quelle opinioni rigide e semplicistiche che, sebbene siano largamente condivise, non si basano certo sull’esperienza diretta, ma sul pregiudizio.
Basterebbe riflettere prima di parlare o di scrivere, riducendo al minimo, se non eliminando del tutto, quelle espressioni plastificate, inutili e mediocri che, ripetute alla noia, si svuotano di significato, anestetizzano il pensiero, azzerano la nostra capacità espressiva, scadono nella banalità e, a lungo andare, diventano insopportabili”.

Per evitare i luoghi comuni, questi vanno prima riconosciuti: “Basterebbe saper distinguere quelle frasi fatte che – conclude Roscia – seppur consumate dalla ripetizione, mettono in risalto gli aspetti più umani dei parlanti, scandiscono il tempo, vivacizzano il linguaggio e rendono più efficace la comunicazione, da quelle espressioni seriali che si trasformano in riempitivi verbali approssimativi, impersonali e irritanti più della puntura di una zanzara. Basterebbe poco, davvero poco, per evitare, come scriveva Elio Vittorini, di diventare i posseduti e non i possessori del nostro linguaggio”.

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